E lo chiamano film?

Ecco, in realtà io avevo deciso di non parlarne mai più nella vita. La visione di E la chiamano estate era stata chiusa in quel mio angolo di cervello dove si trovano i ricordi brutti, insieme alla cellulite, il conto in banca, il finale di Lost e l’intera filmografia di Gabriel Garko.

Che poi io sono sempre a favore della libertà di espressione: se Paolo Franchi vuole spendere del tempo per fare un film così e portarlo in concorso ad un festival italiano lo facesse, ma poi non si atteggiasse a stizzito quando glielo si viene fatto notare.

Questa mattina alle otto e mezza, quindi un orario in cui mi è facile odiare qualsiasi essere umano, leggo che la vedova di Bruno Martino, l’autore della canzone del titolo, si lamenta giustamente di: a) non esser stata contattata per i diritti d’autore della canzone e b) del fatto che il brano sia accostato ad un lavoro che sfiora la pornografia.

Sulla faccenda legale non entro nel merito, la cosa che mi fa partire la vena è l’arroganza di Franchi che ribatte minacciando querele e difendendo a spada tratta il suo masterpiece.

E la chiamano estate – mi dispiace tanto per Officine Ubu, una distribuzione che ha molti buoni prodotti – è obiettivamente indifendibile e potrebbe essere così riassunto: un lunghissimo piano sequenza muto introduce una trama presuntuosa, che col pretesto di parlare di un problema come l’impotenza, ci regala una sequenza infinita e montata ad minchiam di luoghi comuni, dialoghi al limite dell’incomprensibile, voice over da soap opera non necessari e una fotografia così pessima da farti venire voglia di alzarti in piedi durante la proiezione per gridare ‘spegnete le lampadine e rileggete la definizione di messa a fuoco, per Odino’.

I novanta minuti più sofferti dell’ultimo mese e sarebbe bastato anche questo. Invece Franchi rincara la dose durante la conferenza stampa – rissa, dove nell’ordine, si auto-paragona ad Antonioni, respinge le domande scomode con espressione schifata e cita filosofi in una maniera talmente inappropriata che sono sicura di aver visto Luca Argentero dilatare le pupille per lo shock quasi quanto me.

Nonostante la stima per attori come Argentero, Nigro e Ferrari,  spero che al botteghino incassi dieci euro.

Io mi sarei aspettata una dissertazione sulla carta stampata, ma soprattutto in tv, del perché in un momento in cui il cinema italiano è accusato di essere costantemente alla frutta, si spendano fondi per finanziare un prodotto simile.

Però siamo in Italia, e qui tutti parlano dell’inquadratura iniziale del pube depilato male della Ferrari.

D’altra parte un paese in cui un Festival che vuole ottenere del prestigio, insigne E la chiamano estate di un premio come Miglior Regia (?!?) è un paese dove può succedere di tutto.

E difatti succede di tutto.

 

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Ken il Guerriero

Da appassionata cinefila, una delle cose che mi piaceva più fare da piccola, prima di scoprire il fantastico mondo dello streaming e del download, era spulciare da cima a fondo la sezione ‘in offerta’ delle catene Blockbuster Video, per poi tornare a casa felice come una pupetta. Si parla di videocassette, alcune ex noleggio, altre versioni originali di cose mai distribuite nel nostro paese, così capitava che mi ritrovassi a comprare cose diversissime come Notting Hill (si Notting Hill, difenderò quel film fino alla morte se necessario) e Bread and Roses. 

Lo confesso, io non sono esperta della filmografia di Ken Loach come lo potrei essere di un Tarantino, ma Bread and Roses mi colpì fin dall’inizio per la capacità di trattare un tema che è un pò il male degli ultimi anni, la precarietà del lavoro, con un tono leggero, comico a tratti e con un bravissimo Adrien Brody. Oggi è proprio Loach a parlarne di nuovo, in occasione di quella che deve esser stata una decisione sofferta, ma che ne dimostra lo spessore morale, oltre che artistico.

Lo spiega lui stesso attraverso un comunicato stampa, al quale non credo di dover aggiungere altro, con il quale annuncia che no, non sarà presente al Torino Film Festival per presentare La parte degli angeli e per ritirare il Gran Premio Torino.

Grazie Ken.

È con grande dispiacere che mi trovo costretto a rifiutare il premio che mi è stato assegnato dal Torino Film Festival, un premio che sarei stato onorato di ricevere, per me e per tutti coloro che hanno lavorato ai nostri film. 
I festival hanno l’importante funzione di promuovere la cinematografia europea e mondiale e Torino ha un

’eccellente reputazione, avendo contribuito in modo evidente a stimolare l’amore e la passione per il cinema. 
Tuttavia, c’è un grave problema, ossia la questione dell’esternalizzazione dei servizi che vengono svolti dai lavoratori con i salari più bassi. Come sempre, il motivo è il risparmio di denaro e la ditta che ottiene l’appalto riduce di conseguenza i salari e taglia il personale. È una ricetta destinata ad alimentare i conflitti. Il fatto che ciò avvenga in tutta Europa non rende questa pratica accettabile. 
A Torino sono stati esternalizzati alla Cooperativa Rear i servizi di pulizia e sicurezza del Museo Nazionale del Cinema (MNC). Dopo un taglio degli stipendi i lavoratori hanno denunciato intimidazioni e maltrattamenti. Diverse persone sono state licenziate. I lavoratori più malpagati, quelli più vulnerabili, hanno quindi perso il posto di lavoro per essersi opposti a un taglio salariale. Ovviamente è difficile per noi districarci tra i dettagli di una disputa che si svolge in un altro paese, con pratiche lavorative diverse dalle nostre, ma ciò non significa che i principi non siano chiari.
In questa situazione, l’organizzazione che appalta i servizi non può chiudere gli occhi, ma deve assumersi la responsabilità delle persone che lavorano per lei, anche se queste sono impiegate da una ditta esterna. Mi aspetterei che il Museo, in questo caso, dialogasse con i lavoratori e i loro sindacati, garantisse la riassunzione dei lavoratori licenziati e ripensasse la propria politica di esternalizzazione. Non è giusto che i più poveri debbano pagare il prezzo di una crisi economica di cui non sono responsabili.
Abbiamo realizzato un film dedicato proprio a questo argomento, «Bread and Roses». Come potrei non rispondere a una richiesta di solidarietà da parte di lavoratori che sono stati licenziati per essersi battuti per i propri diritti? Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico sarebbe un comportamento debole e ipocrita. Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni.
Per questo motivo, seppure con grande tristezza, mi trovo costretto a rifiutare il premio”.
Ken Loach
21 novembre 2012

I guilty pleasures: The vampire Diaries e il sano gusto del trash


Non fingete di non averne mai sentito parlare, perché a quanto mi risulta in America va in onda con successo da ormai quattro anni e io stessa ho seguito le prime due stagioni grazie al digitale terrestre. Perché? Inizialmente mi sono ritrovata a scriverne per lavoro, ma poi diciamo che The Vampire diaries è una di quelle serie che trovo in onda nel tardo pomeriggio, quando sono impegnata in altre meticolose attività casalinghe, tipo lavare i piatti della colazione quando torno da lavoro, piegare cardigan neri di Hm tutti uguali, o la peggiore, stirare i vestiti per il giorno successivo. In questi casi, mentre la mia mente da appassionata di serialità americana è impegnata al 70% in altre attività, l’altro 30 è ben felice di lasciarsi appagare dal trash. Quindi The Vampire Diaries.

 

Vi riassumerò brevemente le vicende premettendovi qualora lo stiate pensando che no, non è uno scopiazzamento di Twilight, semmai è Stephanie Meyer ad essersi ispirata ai romanzi di tale Lisa Jane Smith.

Come in tutti i teen drama che si rispettino anche qui abbiamo una protagonista, Elena, bella e sfigatella. Sì perché i genitori sono morti in un terribile incidente d’auto di cui non ricordo i dettagli, al quale lei è scampata grazie all’intervento di Stefan Salvatore (nomen omen). Il nostro eroe è come potete intuire dal titolo, un vampiro centenario. Se nei secoli precedenti il nostro è andato in giro in lungo e in largo a dissanguare vittime di tutte le età, tanto da guadagnarsi il simpatico soprannome di The Ripper of Monterey (lo Squartatore), adesso è redento. Redento nel senso che come il vampire-verse di target adolescenziale insegna, si nutre solo di animaletti della foresta (qualcuno ha detto Edward Cullen?). Ebbene il nostro Stefan torna nella cittadina di Elena proprio per conoscerla meglio: la ragazza è l’esatta copia della sua ex fidanzata Katherine, ma caratterialmente molto diversa: tanto Elena è dolce e prodiga nei confronti del prossimo, tanto Katherine è malafemmina, avendo trasformato Stefan in vampiro anni orsono, per poi essere rinchiusa in una cripta magica. Naturalmente Stefan si innamora di Elena (la copia della sua ex, wow, quale donna non vorrebbe un uomo così!) e cuore di telespettatore è ovviamente partecipe per questa nuova coppia. (a me personalmente conciliano la catalessi, ma forse sono io).

Questo almeno finché non entra in scena il fratello maggiore, sexy assassino, in cerca di vendetta nei confronti del fratello al quale contendeva Katherine e sicuramente con la passione per il bondage: Damon. Ora, al di là delle indubbie qualità estetiche del suo interprete, Damon è quello che si definisce ‘breakout character’, in Italia traducibile con ‘Sindrome di Fonzie’, ovvero il personaggio creato per fare da spalla, ma che finisce per rubare la scena a mezzo cast. L’intenzione degli autori era di rendere Damon cattiverrimo, in modo che Stefan potesse emergere in tutta la sua gloria di cavaliere bianco. Il risultato, per quanto mi riguarda, è che quando Damon è in scena a commettere atti riprovevoli, ma armato d’ironia, mollo ferro da stiro e spugnetta per guardarlo, mentre quando Stefan elenca le gioie della dieta a base di conigli, decido che è proprio il momento di stirare anche tutti gli asciugamani. Elena ovviamente li ama entrambi: da un lato sta ufficialmente con Stefan, dall’altro lancia occhiate lussuriose a Damon affrettandosi a dirgli ‘no dai siamo solo amici’ e giustamente lui risponde come direbbe saggiamente Venditti, ‘amici mai, per chi si ama come noi’.

Qui aprirei una parentesi perché girando su Youtube e Facebook ho scoperto che le fans si dividono e si insultano dividendosi tra Stelena (Stefan +Elena) e Delena (Damon+ Elena). Personalmente non capisco: a)per quale motivo tutti i protagonisti maschili qui muoiano per lei, bellissima eh, ma una fracassapalle come poche e b) come possa Elena pensare anche solo per un secondo di non scegliere Damon. Nella mia testa Stefan =sbadiglio, Damon = coretti di woohoo appena entra in scena. In ogni caso a me non frega nulla della diatriba perché io sono a favore di una bromance Damon-Alaric the vampire hunter, possibilmente con Elena che prende accidentalmente fuoco sullo sfondo.

Il motivo che però rende la serie così meravigliosamente trash e spassosa è questa sceneggiatura che amalgama il sempreverde tema del triangolo infinito, con complotti e cattivi sempre nuovi che spuntano da tutte le parti. Ora, essendo una serie accompagna – faccende domestiche, non pretenderete che ne conosca per filo e per segno tutti gli sviluppi, a quanto pare ad un certo punto Katherine esce dalla cripta (o forse non c’era mai stata, non so), più cattiva che mai, Elena è sempre in pericolo e in città c’è un supermegavampiro che la vuole catturare.

Nel mezzo un corollario di personaggi spassosi: Il fratello emo che s’innamora sempre di donne che finiscono per morire tragicamente, la zia ignara del fatto che continua ad invitare in casa vampiri super cattivi, un cacciatore di vampiri con la passione per il Jack Daniels, l’amica bionda che diventa vampira e scopre di aver un cervello e il licantropo palestrato del quale sto ancora cercando di capire l’utilità. Ah e dimenticavo l’amica strega, utile quanto sarebbe un fazzoletto per il naso per Voldemort, che fondamentalmente trascorre interi episodi circondata dalle candele a ripetere filastrocche in armeno.

La cosa che però mi fa sempre piegare in due dalle risate e non solo in The vampire diaries, ma in tutte le serie teen dai tempi di Dawson’s creek è la caratterizzazione dei personaggi. Adolescenti che a 17 anni sembrano aver attraversato storie d’amore e dolori che nemmeno un divorziato cinquantenne, e che utilizzano sfumature colloquiali da Harvard, cattivi che fanno fuori settordicimila persone con l’alibi ’ eh ma io mi sento tanto solo e arrabiato’.

In the Vampire diaries la cosa si fa ancora più evidente e comica. Una commedia dell’assurdo. L’importante è non prenderla sul serio. In questo caso si trasforma in una sit-com irresistibile!