Il 2012 al cinema, cosa tenere e cosa buttare

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Sicuramente una mia classifica che vi esponga il meglio ed il peggio cinematografico di questo 2012 non è attesa quanto quella che ogni anno ci regala Tarantino (a proposito Quentin che dovemo fa?) e certamente fior di registi non si strapperanno i capelli come se scrivessi dall’alto dei Cahiers du cinema.

Come si dice però, impara l’arte e mettila da parte e se c’è una cosa che ho fatto con costanza durante questo secondo anno della tempra, è stato andare al cinema. Molto più per lavoro che per reale scelta in realtà e questo la dice lunga sulla produzione che ci ha accompagnati.

Vediamo.

 

Il Meglio

Quasi amici. Piccolo caso cinematografico e tratto da una vicenda vera, forte competitor agli Oscar 2013 è la storia della particolare amicizia tra un uomo molto ricco costretto sulla sedia a rotelle e il suo ‘badante’ di colore. Personalità diametralmente opposte, stili di vita apparentemente inconciliabili, eppure una fortissima intesa. Commedia, dramma, tematiche sociali, il rischio di cadere nel melenso e nel già visto è stato ampiamente aggirato. Una pellicola che mi fa amare sempre di più il cinema d’oltralpe.

Io e te. Bertolucci adatta Ammaniti e non incappa nella terribile maledizione del ‘eh ma il libro era migliore’. La storia del disadattato adolescente Lorenzo, che finge di partire per la settimana bianca con la scuola ed in realtà allestisce un piccolo rifugio in cantina. Verrà disturbato dalla sorellastra ventenne e tossicodipendente che non vedeva da tempo…

Due soli attori debuttanti e come unica ambientazione una buia cantina. Diciamocelo, poteva venire fuori un polpettone senza fine. Bertolucci è Bertolucci e con rinnovato entusiasmo trasforma un luogo angusto in un magico teatro (complice anche una fotografia raffinata) e con un colpo di casting si aggiudica due attori capaci di non far rimpiangere i loro alter ego cartacei. (Segnatevi Tea Falco).

The Avengers: Se Capitan America e Thor causa protagonisti non esattamente all’altezza mi avevano fatto lo stesso effetto di una puntata di Centovetrine sotto antibiotici, la super reunion tra tutti i Vendicatori dell’Universo Marvel è tutta un’altra cosa. Se la Warner punta tutto su sceneggiature cupe ed introspettive, Marvel/Disney risponde in una sola maniera: tanta irresistibile coattitudine, condita da scene di battaglia ed effetti speciali come se piovessero. Importante la chimica tra i vari supereroi ai quali si cerca di dare uguale spazio nella storia. Chiaramente però a spiccare è uno solo: Iron Man/Tony Stark il vendicatore che non si prende mai troppo sul serio, il ‘genio, miliardario, playboy, filantropo’, Robert Downey Jr. A lui le migliori battute ed il ruolo indiscusso di leader della brigata. Attendiamo con ansia il sequel del 2015.

Amour:  Palma d’oro a Cannes ed altro nome che sentiremo durante gli Oscar 2013, suscita un caleidoscopio di emozioni: tenerezza, commozione, disperazione, paura, malinconia.

La storia di una coppia di ottanta anni, messa davanti alla prova definitiva quando lei, vittima di un ictus smette di parlare e di comunicare ed il marito decide di continuare fino alla fine a prendersene cura.

Amore con la A maiuscola,  e devozione trattati dal regista Haneke con grande tatto, il dolore di non aver più il controllo di se stessi, ma anche l’impossibilità di lasciar andare chi si ama.

Una lezione di grande cinema.

Skyfall: Non sono corsa al cinema subito dopo l’uscita più che altro perché – mi cospargo il capo di cenere – non sono una groupie di Bond. In una scala da 1 a Sean Connery (nessuno mi convincerà mai che ci sia stato un 007 migliore di lui), il buon Daniel Craig si piazza con un buon 7. Questo Skyfall conta sulla regia dinamica e raffinata di Sam Mendes (e si vede), su una sceneggiatura solida e soprattutto su una nuova sfumatura del nostro eroe, che ci viene restituito in chiave molto più umana. Il Bond di Craig non disdegna le belle donne ed un Martini agitato, non mescolato, ma non ha paura di mostrarci la sua sofferenza e questo – almeno a me – piace. Della orrorifica parrucca di Javier Bardem invece non ne voglio nemmeno parlare.

Gli equilibristi: La vita di un padre neo divorziato che con uno stipendio di 1200 euro deve mantenere se stesso e la sua famiglia in un’Italia sempre più in crisi. Ad oggi la migliore performance di Valerio Mastandrea, al punto che se ci ripenso adesso mi risalgono tutte le lacrime versate dentro il cinema Eden.

Il Peggio:

Il cavaliere oscuro – il ritorno: Non sono impazzita. Avete presente quando a scuola avevate una materia che vi regalava grandi soddisfazioni e voti altissimi e poi per un compito fatto male prendevate un tre secco perché ‘da te mi aspetto molto di più’? Ecco, Nolan te lo meriti. Il secondo film della franchise su Batman era perfetto, pieno di passione, sottotesti profondi a livello di sceneggiatura e soprattutto un finale credibile ed intelligente che gettava già le basi per un terzo capitolo col botto.

Delusione totale nel notare la chiara stanchezza di Nolan. Niente da dire sulla qualità della regia, della fotografia, Christian Bale fa il suo come sempre, ma per il resto acqua da tutte le parti. Nell’approcciarsi a Batman Nolan ha sempre utilizzato il realismo, cercando per quanto sia possibile quando si parla di cinecomic, di adattare quei personaggi in una dimensione più reale (d’altra parte il nostro eroe non ha nemmeno dei superpoteri), non inserendo appunto nella trama un personaggio come Pinguino, perché difficile da giustificare nel mondo che ha creato. Bè quindi non può pretendere che lo spettatore prenda per buono i mille buchi narrativi nella storia, il finale facilone e due ore e mezza di film dove invece della giusta celebrazione del nostro protagonista vediamo una brava e bona Anne Hathaway seppellire il resto del cast (Tom Hardy compreso) e praticamente il collaudo di Gordon Levitt come nuovo cavaliere oscuro. Osceno il doppiaggio italiano e se mi ero abituata a Batman/Santamaria, bè Bane/Filippo Timi/Jafar della Disney, sappiate che non ve lo perdonerò mai.

I 2 soliti idioti: E non come ci si aspetterebbe per la volgarità. Sinceramente mi indigna e sbalordisce molto di più il fatto che la gente spenda davvero 6 euro o giù di lì per pellicole come queste, rispetto a due tizi che furbescamente guadagnano miliardi dicendo solo ‘dai cazzo’. Quello che mi da fastidio è la spocchia e la superbia con cui i Biggio e Mandelli pretendono di mascherare il fatto di aver trovato una gallina dalle uova d’oro vendendola come satira di un malcostume dilagante che loro non fanno altro che fomentare. Il consiglio è di rileggere la definizione di satira, facendo anche un bagno di umiltà e ricordandosi che i mattatori della commedia all’italiana sono stati altri.  Così come è arrivata lenta la fine del cinepanettone (virato mi dicono nella commedia romantica), mi siederò e aspetterò con calma che passi anche questa moda andando ogni volta a vedere un film di qualità per ogni cagata come questa che devo coprire per lavoro.

Breaking Dawn parte II: Riesce comunque ad essere il migliore della saga e ho detto tutto. Anche prendendo per buona la descrizione che si fa qui dei vampiri che farebbe rivoltare nella tomba il mai dimenticato Lestat, tutta la pellicola è la parodia di se stessa, tra trucco sbagliatissimo protagonisti espressivi come Marina Ripa di Meana al decimo lifting e dialoghi al limite del surreale. Per fortuna è finita, Edward e Bella, andate in pace.

Total Rekall. Brutto, ma così brutto che era quasi meglio recensire la qualità dei pop corn. Sentivamo bisogno del remake? No? E di un remake con Colin Farrell con espressione monolitica? Ecco, appunto.

E la chiamano estate. Di questo film ne ho parlato sinceramente anche troppo e non ho voglia di ricordare ancora i nudi di Isabella Ferrari. Se volete documentarvi basta cercare la conferenza stampa del Festival di Roma, un vero bocconcino per gli amanti del trash.

Grandi Speranze: Già non sentivamo il bisogno di un nuovo adattamento di un romanzo di Dickens, Mike Newell non aiuta prendendo come comprimari due attori del calibro di Helena Bonham Carter e Ralph Fiennes ad affiancare un protagonista salame. Noia.

Quelli che potevano fare di più

Dark Shadows: Tim forse è il caso di prendersi una boccata d’aria da Johnny, che dici?

Hugo Cabret: bellissimo a livello visivo, smielatino e già visto come sceneggiatura. Martin rimandato a Settembre

Assenti causa visione da recuperare

Lo Hobbit :un viaggio inaspettato

Vita di Pi

Bertolucci incontra Ammaniti


Vado subito off topic rispetto alla mia premessa di riportare qui argomenti su cinema e tv in chiave ironica, per regalarvi subito una canonica (più o meno) recensione.

Il fatto è che normalmente quando sono sul mio posto di lavoro ‘ufficiale’ questo mi è precluso (diciamo che in alcuni casi sono anche che io che mi auto impongo il veto), per tutta una serie di ragioni molto noiose che non sto qui a raccontarvi. Ebbene poterlo fare adesso nel mio blog, senza barriere ed imposizioni, mi genera lo stesso tipo di eccitazione di quando ero piccola e speravo di trovare un pony sotto l’albero di Natale. Quindi.

 Bernardo Bertolucci torna al cinema nove anni dopo The Dreamers e lo sapete. Questo è il film della sua rinascita dopo il difficile processo di accettazione della sua paralisi, e lo sapete. Questo film è l’adattamento del romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti, che ha fortemente voluto il Maestro in regia e magari sapevate già anche questo.

Quello che non potete ancora sapere, in quanto Io e te arriva in sala domani, è che questa pellicola può a mio personale parere andarsi a collocare in quell’Olimpo chiamato ‘adattamento cinematografico di romanzi perfettamente riuscito’, dove ad oggi risiedono solo Shining, Carrie lo sguardo di Satana e i primi 40 minuti di Harry Potter e la pietra filosofale.

 

Lorenzo ha quattordici anni e benché sveglio ed intelligente, ha seri problemi ad integrarsi con i suoi coetanei. La mamma lo sa bene e per questo lo manda da diverso tempo da uno psicologo. Così per non deludere le aspettative della donna, Lorenzo mette in piedi un piano perfetto: finge di andare in settimana bianca con i compagni di scuola. In realtà con i soldi per la montagna allestisce un piccolo appartamento nella cantina del suo palazzo, dove armato di libri, computer e cibo ha intenzione di trascorrere l’intera settimana. Tutto sembra procedere per il meglio fino a quando alla ricerca di vecchi gioielli non piomba nella cantina Olivia, la sorellastra catanese che non vede da tempo, per niente intenzionata ad andarsene…

 

Nel momento in cui si decide di adattare per il cinema un romanzo, le difficoltà sono molte, soprattutto quando si tratta di qualcosa di molto amato dal pubblico: dialoghi, scenografie, passaggi all’interno della trama che possono sembrare insignificanti, sono in realtà oggetto di attenta e minuziosa osservazione da parte del lettore/spettatore. Potrei raccontarvi dello scempio compiuto sulla saga di Bridget Jones o dello spirito da cinepanettone con cui sono andata a vedere gli ultimi terribili Harry Potter.

Non è il caso di Io e te, grazie soprattutto all’incredibile colpo da maestro di Bertolucci: il casting. I semi – sconosciuti Jacopo Olmo Antinori e Tea Falco, SONO Lorenzo ed Olivia e non me ne vorrà Ammaniti se dico che l’Olivia del film è migliore e di più facile empatia di quanto non fosse nel romanzo. Questo è ovviamente il grande punto di forza di tutto la pellicola.  Ambientarla al 90% in una cantina semibuia è rischioso, lo è di meno se hai due interpreti che ‘acchiappano’ storia e personaggio a tal punto da oscurare tutto il resto, a tal punto da non farti mai guardare l’orologio, a tal punto da lasciarti un magone infinito mentre scorrono i titoli di coda.

 In quest’ottica l’aver cambiato il finale del libro da parte del regista non è così fastidioso e lo dico da lettrice e fan di Ammaniti. Credetemi, ho ed avete sicuramente visto cose ben più imperdonabili. A scongiurare l’effetto claustrofobia è la bellissima fotografia di Fabio Cianchetti, uno che di luci e colori se ne intende e che ci mostra il ‘palcoscenico’ nel quale si muovono i nostri protagonisti in maniere ed angolazioni sempre nuove. Infine la colonna sonora: The Cure, Red Hot Chili Peppers, David Bowie.

Il resto è il tocco da maestro di Bernardo, guardi i primi cinque minuti e dici: è lui, è tornato. Io e te è un piccolo capolavoro bonsai, un film intimo e poetico, che rispolvera tematiche care al regista, che torna tra le altre cose a sottolineare la sua passione per gli spazi chiusi (The Dreamers, L’assedio, Ultimo tango a Parigi). Io e te è l’incontro di due ’ ragazzi soli’, come sottolineano le strofe della canzone di David Bowie che lo accompagna, che cercano di crescere in un mondo di adulti distratti. Bertolucci è un giovanotto di 71 anni capace di empatizzare con i giovani come pochi sanno fare. Esser stato lontano dalla macchina da presa per tanti anni, trascorsi ad elaborare il suo lutto personale non l’ha cambiato, anzi lo ha reso più generoso, con il suo pubblico, nel lavoro sul set e nel contatto diretto. L’incontro con lui dal vivo è una delle cose che ricorderò sicuramente con più affetto negli anni a venire.

Il buon cinema in Italia è ancora possibile. Basta crederci.