I tre giorni di Pompei, o del perché Alberto Angela è la risposta italiana a Robert Langdon

Nascosto dentro di me dorme un Umarell con aspirazioni altrettanto esaltanti, ad esempio le visite guidate di un giorno in località italiane ricche di storia. Sì, quelle dove si parte in pullman da un punto di ritrovo ameno tipo l’edicola principale del paese, si fa pranzo in un agriturismo a caso, si visita il posto e poi se si è deboli abbastanza per cedere, si torna anche a casa con una batteria di pentole.

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Il 2012 al cinema, cosa tenere e cosa buttare

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Sicuramente una mia classifica che vi esponga il meglio ed il peggio cinematografico di questo 2012 non è attesa quanto quella che ogni anno ci regala Tarantino (a proposito Quentin che dovemo fa?) e certamente fior di registi non si strapperanno i capelli come se scrivessi dall’alto dei Cahiers du cinema.

Come si dice però, impara l’arte e mettila da parte e se c’è una cosa che ho fatto con costanza durante questo secondo anno della tempra, è stato andare al cinema. Molto più per lavoro che per reale scelta in realtà e questo la dice lunga sulla produzione che ci ha accompagnati.

Vediamo.

 

Il Meglio

Quasi amici. Piccolo caso cinematografico e tratto da una vicenda vera, forte competitor agli Oscar 2013 è la storia della particolare amicizia tra un uomo molto ricco costretto sulla sedia a rotelle e il suo ‘badante’ di colore. Personalità diametralmente opposte, stili di vita apparentemente inconciliabili, eppure una fortissima intesa. Commedia, dramma, tematiche sociali, il rischio di cadere nel melenso e nel già visto è stato ampiamente aggirato. Una pellicola che mi fa amare sempre di più il cinema d’oltralpe.

Io e te. Bertolucci adatta Ammaniti e non incappa nella terribile maledizione del ‘eh ma il libro era migliore’. La storia del disadattato adolescente Lorenzo, che finge di partire per la settimana bianca con la scuola ed in realtà allestisce un piccolo rifugio in cantina. Verrà disturbato dalla sorellastra ventenne e tossicodipendente che non vedeva da tempo…

Due soli attori debuttanti e come unica ambientazione una buia cantina. Diciamocelo, poteva venire fuori un polpettone senza fine. Bertolucci è Bertolucci e con rinnovato entusiasmo trasforma un luogo angusto in un magico teatro (complice anche una fotografia raffinata) e con un colpo di casting si aggiudica due attori capaci di non far rimpiangere i loro alter ego cartacei. (Segnatevi Tea Falco).

The Avengers: Se Capitan America e Thor causa protagonisti non esattamente all’altezza mi avevano fatto lo stesso effetto di una puntata di Centovetrine sotto antibiotici, la super reunion tra tutti i Vendicatori dell’Universo Marvel è tutta un’altra cosa. Se la Warner punta tutto su sceneggiature cupe ed introspettive, Marvel/Disney risponde in una sola maniera: tanta irresistibile coattitudine, condita da scene di battaglia ed effetti speciali come se piovessero. Importante la chimica tra i vari supereroi ai quali si cerca di dare uguale spazio nella storia. Chiaramente però a spiccare è uno solo: Iron Man/Tony Stark il vendicatore che non si prende mai troppo sul serio, il ‘genio, miliardario, playboy, filantropo’, Robert Downey Jr. A lui le migliori battute ed il ruolo indiscusso di leader della brigata. Attendiamo con ansia il sequel del 2015.

Amour:  Palma d’oro a Cannes ed altro nome che sentiremo durante gli Oscar 2013, suscita un caleidoscopio di emozioni: tenerezza, commozione, disperazione, paura, malinconia.

La storia di una coppia di ottanta anni, messa davanti alla prova definitiva quando lei, vittima di un ictus smette di parlare e di comunicare ed il marito decide di continuare fino alla fine a prendersene cura.

Amore con la A maiuscola,  e devozione trattati dal regista Haneke con grande tatto, il dolore di non aver più il controllo di se stessi, ma anche l’impossibilità di lasciar andare chi si ama.

Una lezione di grande cinema.

Skyfall: Non sono corsa al cinema subito dopo l’uscita più che altro perché – mi cospargo il capo di cenere – non sono una groupie di Bond. In una scala da 1 a Sean Connery (nessuno mi convincerà mai che ci sia stato un 007 migliore di lui), il buon Daniel Craig si piazza con un buon 7. Questo Skyfall conta sulla regia dinamica e raffinata di Sam Mendes (e si vede), su una sceneggiatura solida e soprattutto su una nuova sfumatura del nostro eroe, che ci viene restituito in chiave molto più umana. Il Bond di Craig non disdegna le belle donne ed un Martini agitato, non mescolato, ma non ha paura di mostrarci la sua sofferenza e questo – almeno a me – piace. Della orrorifica parrucca di Javier Bardem invece non ne voglio nemmeno parlare.

Gli equilibristi: La vita di un padre neo divorziato che con uno stipendio di 1200 euro deve mantenere se stesso e la sua famiglia in un’Italia sempre più in crisi. Ad oggi la migliore performance di Valerio Mastandrea, al punto che se ci ripenso adesso mi risalgono tutte le lacrime versate dentro il cinema Eden.

Il Peggio:

Il cavaliere oscuro – il ritorno: Non sono impazzita. Avete presente quando a scuola avevate una materia che vi regalava grandi soddisfazioni e voti altissimi e poi per un compito fatto male prendevate un tre secco perché ‘da te mi aspetto molto di più’? Ecco, Nolan te lo meriti. Il secondo film della franchise su Batman era perfetto, pieno di passione, sottotesti profondi a livello di sceneggiatura e soprattutto un finale credibile ed intelligente che gettava già le basi per un terzo capitolo col botto.

Delusione totale nel notare la chiara stanchezza di Nolan. Niente da dire sulla qualità della regia, della fotografia, Christian Bale fa il suo come sempre, ma per il resto acqua da tutte le parti. Nell’approcciarsi a Batman Nolan ha sempre utilizzato il realismo, cercando per quanto sia possibile quando si parla di cinecomic, di adattare quei personaggi in una dimensione più reale (d’altra parte il nostro eroe non ha nemmeno dei superpoteri), non inserendo appunto nella trama un personaggio come Pinguino, perché difficile da giustificare nel mondo che ha creato. Bè quindi non può pretendere che lo spettatore prenda per buono i mille buchi narrativi nella storia, il finale facilone e due ore e mezza di film dove invece della giusta celebrazione del nostro protagonista vediamo una brava e bona Anne Hathaway seppellire il resto del cast (Tom Hardy compreso) e praticamente il collaudo di Gordon Levitt come nuovo cavaliere oscuro. Osceno il doppiaggio italiano e se mi ero abituata a Batman/Santamaria, bè Bane/Filippo Timi/Jafar della Disney, sappiate che non ve lo perdonerò mai.

I 2 soliti idioti: E non come ci si aspetterebbe per la volgarità. Sinceramente mi indigna e sbalordisce molto di più il fatto che la gente spenda davvero 6 euro o giù di lì per pellicole come queste, rispetto a due tizi che furbescamente guadagnano miliardi dicendo solo ‘dai cazzo’. Quello che mi da fastidio è la spocchia e la superbia con cui i Biggio e Mandelli pretendono di mascherare il fatto di aver trovato una gallina dalle uova d’oro vendendola come satira di un malcostume dilagante che loro non fanno altro che fomentare. Il consiglio è di rileggere la definizione di satira, facendo anche un bagno di umiltà e ricordandosi che i mattatori della commedia all’italiana sono stati altri.  Così come è arrivata lenta la fine del cinepanettone (virato mi dicono nella commedia romantica), mi siederò e aspetterò con calma che passi anche questa moda andando ogni volta a vedere un film di qualità per ogni cagata come questa che devo coprire per lavoro.

Breaking Dawn parte II: Riesce comunque ad essere il migliore della saga e ho detto tutto. Anche prendendo per buona la descrizione che si fa qui dei vampiri che farebbe rivoltare nella tomba il mai dimenticato Lestat, tutta la pellicola è la parodia di se stessa, tra trucco sbagliatissimo protagonisti espressivi come Marina Ripa di Meana al decimo lifting e dialoghi al limite del surreale. Per fortuna è finita, Edward e Bella, andate in pace.

Total Rekall. Brutto, ma così brutto che era quasi meglio recensire la qualità dei pop corn. Sentivamo bisogno del remake? No? E di un remake con Colin Farrell con espressione monolitica? Ecco, appunto.

E la chiamano estate. Di questo film ne ho parlato sinceramente anche troppo e non ho voglia di ricordare ancora i nudi di Isabella Ferrari. Se volete documentarvi basta cercare la conferenza stampa del Festival di Roma, un vero bocconcino per gli amanti del trash.

Grandi Speranze: Già non sentivamo il bisogno di un nuovo adattamento di un romanzo di Dickens, Mike Newell non aiuta prendendo come comprimari due attori del calibro di Helena Bonham Carter e Ralph Fiennes ad affiancare un protagonista salame. Noia.

Quelli che potevano fare di più

Dark Shadows: Tim forse è il caso di prendersi una boccata d’aria da Johnny, che dici?

Hugo Cabret: bellissimo a livello visivo, smielatino e già visto come sceneggiatura. Martin rimandato a Settembre

Assenti causa visione da recuperare

Lo Hobbit :un viaggio inaspettato

Vita di Pi

I guilty pleasures: The vampire Diaries e il sano gusto del trash


Non fingete di non averne mai sentito parlare, perché a quanto mi risulta in America va in onda con successo da ormai quattro anni e io stessa ho seguito le prime due stagioni grazie al digitale terrestre. Perché? Inizialmente mi sono ritrovata a scriverne per lavoro, ma poi diciamo che The Vampire diaries è una di quelle serie che trovo in onda nel tardo pomeriggio, quando sono impegnata in altre meticolose attività casalinghe, tipo lavare i piatti della colazione quando torno da lavoro, piegare cardigan neri di Hm tutti uguali, o la peggiore, stirare i vestiti per il giorno successivo. In questi casi, mentre la mia mente da appassionata di serialità americana è impegnata al 70% in altre attività, l’altro 30 è ben felice di lasciarsi appagare dal trash. Quindi The Vampire Diaries.

 

Vi riassumerò brevemente le vicende premettendovi qualora lo stiate pensando che no, non è uno scopiazzamento di Twilight, semmai è Stephanie Meyer ad essersi ispirata ai romanzi di tale Lisa Jane Smith.

Come in tutti i teen drama che si rispettino anche qui abbiamo una protagonista, Elena, bella e sfigatella. Sì perché i genitori sono morti in un terribile incidente d’auto di cui non ricordo i dettagli, al quale lei è scampata grazie all’intervento di Stefan Salvatore (nomen omen). Il nostro eroe è come potete intuire dal titolo, un vampiro centenario. Se nei secoli precedenti il nostro è andato in giro in lungo e in largo a dissanguare vittime di tutte le età, tanto da guadagnarsi il simpatico soprannome di The Ripper of Monterey (lo Squartatore), adesso è redento. Redento nel senso che come il vampire-verse di target adolescenziale insegna, si nutre solo di animaletti della foresta (qualcuno ha detto Edward Cullen?). Ebbene il nostro Stefan torna nella cittadina di Elena proprio per conoscerla meglio: la ragazza è l’esatta copia della sua ex fidanzata Katherine, ma caratterialmente molto diversa: tanto Elena è dolce e prodiga nei confronti del prossimo, tanto Katherine è malafemmina, avendo trasformato Stefan in vampiro anni orsono, per poi essere rinchiusa in una cripta magica. Naturalmente Stefan si innamora di Elena (la copia della sua ex, wow, quale donna non vorrebbe un uomo così!) e cuore di telespettatore è ovviamente partecipe per questa nuova coppia. (a me personalmente conciliano la catalessi, ma forse sono io).

Questo almeno finché non entra in scena il fratello maggiore, sexy assassino, in cerca di vendetta nei confronti del fratello al quale contendeva Katherine e sicuramente con la passione per il bondage: Damon. Ora, al di là delle indubbie qualità estetiche del suo interprete, Damon è quello che si definisce ‘breakout character’, in Italia traducibile con ‘Sindrome di Fonzie’, ovvero il personaggio creato per fare da spalla, ma che finisce per rubare la scena a mezzo cast. L’intenzione degli autori era di rendere Damon cattiverrimo, in modo che Stefan potesse emergere in tutta la sua gloria di cavaliere bianco. Il risultato, per quanto mi riguarda, è che quando Damon è in scena a commettere atti riprovevoli, ma armato d’ironia, mollo ferro da stiro e spugnetta per guardarlo, mentre quando Stefan elenca le gioie della dieta a base di conigli, decido che è proprio il momento di stirare anche tutti gli asciugamani. Elena ovviamente li ama entrambi: da un lato sta ufficialmente con Stefan, dall’altro lancia occhiate lussuriose a Damon affrettandosi a dirgli ‘no dai siamo solo amici’ e giustamente lui risponde come direbbe saggiamente Venditti, ‘amici mai, per chi si ama come noi’.

Qui aprirei una parentesi perché girando su Youtube e Facebook ho scoperto che le fans si dividono e si insultano dividendosi tra Stelena (Stefan +Elena) e Delena (Damon+ Elena). Personalmente non capisco: a)per quale motivo tutti i protagonisti maschili qui muoiano per lei, bellissima eh, ma una fracassapalle come poche e b) come possa Elena pensare anche solo per un secondo di non scegliere Damon. Nella mia testa Stefan =sbadiglio, Damon = coretti di woohoo appena entra in scena. In ogni caso a me non frega nulla della diatriba perché io sono a favore di una bromance Damon-Alaric the vampire hunter, possibilmente con Elena che prende accidentalmente fuoco sullo sfondo.

Il motivo che però rende la serie così meravigliosamente trash e spassosa è questa sceneggiatura che amalgama il sempreverde tema del triangolo infinito, con complotti e cattivi sempre nuovi che spuntano da tutte le parti. Ora, essendo una serie accompagna – faccende domestiche, non pretenderete che ne conosca per filo e per segno tutti gli sviluppi, a quanto pare ad un certo punto Katherine esce dalla cripta (o forse non c’era mai stata, non so), più cattiva che mai, Elena è sempre in pericolo e in città c’è un supermegavampiro che la vuole catturare.

Nel mezzo un corollario di personaggi spassosi: Il fratello emo che s’innamora sempre di donne che finiscono per morire tragicamente, la zia ignara del fatto che continua ad invitare in casa vampiri super cattivi, un cacciatore di vampiri con la passione per il Jack Daniels, l’amica bionda che diventa vampira e scopre di aver un cervello e il licantropo palestrato del quale sto ancora cercando di capire l’utilità. Ah e dimenticavo l’amica strega, utile quanto sarebbe un fazzoletto per il naso per Voldemort, che fondamentalmente trascorre interi episodi circondata dalle candele a ripetere filastrocche in armeno.

La cosa che però mi fa sempre piegare in due dalle risate e non solo in The vampire diaries, ma in tutte le serie teen dai tempi di Dawson’s creek è la caratterizzazione dei personaggi. Adolescenti che a 17 anni sembrano aver attraversato storie d’amore e dolori che nemmeno un divorziato cinquantenne, e che utilizzano sfumature colloquiali da Harvard, cattivi che fanno fuori settordicimila persone con l’alibi ’ eh ma io mi sento tanto solo e arrabiato’.

In the Vampire diaries la cosa si fa ancora più evidente e comica. Una commedia dell’assurdo. L’importante è non prenderla sul serio. In questo caso si trasforma in una sit-com irresistibile!

Aprile 2013 è ancora troppo lontano

Ce l’hanno fatta. Dopo mesi finalmente arriva fresco fresco di doppiaggio italiano il teaser trailer del cinecomic più coatto di sempre, Iron Man 3. In Italia la Marvel è molto amata ed il pubblico premia costantemente i suoi film al botteghino, motivo per cui la release è fissata per Aprile 2013, quindi un mesetto prima di quanto accadrà in Usa. Questo teaser è meno tamarro dei soliti cui siamo stati abituati negli anni, ma sembra avere come sottotesto una perculata dei Batman di Nolan. Robert Downey jr è meraviglioso come sempre, è fuor di dubbio che il ruolo dello strafottente Tony Stark lo diverta e poi..credo che Gwyneth Paltrow non abbia più azzeccato un ruolo che le stia bene così dai tempi di Sliding Doors (o dalla testa mozzata di Seven). Attenzione al nuovo big bad…Mandarino (non me ne vogliano i fan del fumetto, ma seriamente il nome Mandarino dovrebbe incutere timore?), interpretato da Ben Kingsley, praticamente un Ra’s Al Ghul con il Kajal. Buona visione e nel frattempo se ancora non lo avete fatto recuperate The Avengers, che farà sicuramente da filo conduttore a questo terzo capitolo.

http://youtu.be/GgDDXXeYJeI

Sedici noni perché…

Non aspettatevi serie discussioni sui massimi sistemi, intellettualità che gronda da ogni virgola. Sedici noni ha una genesi molto lineare, la semplice passione per la scrittura unita a quella per il cinema e serie tv. Decidere di farne un lavoro è stato il primo passo, provare a raccontare gli alti e bassi che ne derivano è la scelta naturale che ne consegue.  Regola fondamentale: non prendersi mai, mai troppo sul serio.